Al direttore de "La Repubblica” Ezio Mauro
Gentile direttore, leggendo gli articoli a proposito dei costi della Chiesa, mi sono sentito offeso, quale prete e cittadino, di una campagna che è semplicemente "anticlericale”. Ha fatto bene il card. Bertone a dire a voce alta “finiamola”. Perché la cosiddetta indagine che il suo giornale ha iniziato e non ancora terminato non è “inchiesta”. E' una presa di posizione contro la Chiesa cattolica. Si
citano le cifre, ma ci si guarda bene dal dire se servono e a che cosa servono. E" un'operazione a freddo: certamente fatta con astuzia, citando e stracitando autori, cifre e relazioni, senza smentire ciò che l"incipit del primo articolo di Curzio Maltese nemmeno nasconde: “i costi della politica, i costi della democrazia e ora… i costi della Chiesa”. Si mette in relazione tasse, costi della politica, costi della Chiesa e il gioco è fatto. Rallegramenti agli autori e al direttore.
Molto strano infatti che, citando i dati, non si sia detto quanto un giovane prete percepisce con l’otto per mille (900 euro) o quanto prende di pensione un prete a 65 anni (600 euro). O gli aiuti ai paesi del terzo mondo a che cosa servono. Per queste mancanze, manipolazioni, insinuazioni gli articoli pubblicati dal suo giornale sono giornalisticamente “spazzatura”.
Per carità, in regime di democrazia, a cui lei tiene giustamente molto, è lecito e doveroso esprimere le proprie opinioni: però lo si faccia con trasparenza e onestà. La chiave di lettura della campagna orchestrata da “Repubblica” è nel terzo articolo di G. Zagrebelsky, dal titolo “quando la Chiesa detta legge allo Stato”. La tesi lì espressa ha solo il limite che nasconde il dato fondamentale: lo stato laico garantisce libertà solo a chi ha strumenti economici, culturali, scientifici. Fa pena l’appello che sarebbe la società civile a dover dare i contenuti etici: immagina lei i disoccupati, i rom, i carcerati, i disabili, i poveri a invocare, ottenere e godere di libertà? Forse quella di poter morire. La storia dell’Europa dell’ottocento, periodo nel quale si sono grandemente sviluppate le “opere di carità” della Chiesa è stato il periodo durante il quale i liberi di allora non hanno garantito nulla se non se stessi: ai tutti hanno offerto elemosine, quando e nelle quantità che loro stessi stabilivano.
Io appartengo a quel gruppo di preti che non vuole nulla a che spartire con lo stato che l’autore dell’articolo prefigura. Il mondo nel quale vivo, fatto di povertà, di disabilità, di minori abbandonati mi spinge a offrire aiuti, opportunità, diritti. Non appartengo a nessuna spa interessata alla salute, alla disabilità, alle case di riposo.
La democrazia che lei invoca è pelosa: fatta da potenti per potenti. Attacca la Chiesa perché è rimasta l’unica organizzazione capace di offrire contenuti etici. Con molti limiti e contraddizioni, ma l’unica.
Noi rimarremo al nostro posto: se il popolo degli italiani e i relativi governi vorranno affamarci, facciano pure. Crediamo alla Provvidenza. Non possiamo derogare all’invito esplicito fattoci da Cristo: “quello che fate ai più piccoli tra voi l’avete fatto a me”. Sappiamo di essere “servi inutili”. Nessuna campagna denigratoria ci sposterà dal nostro impegno. Abbiamo bisogno di risorse economiche, né ce ne vergogniamo: conosciamo anche le tentazioni del potere e della gloria. Qualcuno vuol vederci straccioni e mendicanti, più di quanto siamo. Forse servirà a renderci ancor più umili. Rimane l’impegno per la realizzazione, anche sulla terra, di un popolo felice che possa godere della vita a ognuno concessa.