Prima l'on. Amato, ministro dell"Interno, ora l’on. Turco, ministra della salute, di fronte a gravi fatti di cronaca, propongono misure repressive nei confronti dell’uso della droga a scuola.
Questi due interventi, in qualche modo esterni al mondo giovanile e scolastico, dicono che la crisi è senza ritorno. Si vorrebbe - è l’opinione corrente degli ultimi anni – che siano le forze esterne (repressive ed educative) ad affrontare un problema che è invece tutto interno alla vita dei ragazzi.
Il rafforzamento delle misure repressive ha un qualche senso se l’educazione (che comprende anche il controllo) parte dalla vita complessiva del giovane.

Non da oggi le famiglie, regolari o ricomposte, si sono riappropriate dell’educazione esclusiva dei propri figli. Agli insegnanti ed educatori è stato sottratto il compito educativo: i genitori hanno detto loro che la vita dei propri figli è affare proprio, pronti a difenderli anche quando sono indifendibili. Vanno male a scuola? I genitori rispondono che è la scuola che fa schifo. Stanno male? E’ un problema che non li riguarda. C’è il sospetto che il ragazzo o ragazza consumi sostanze? Non si azzardino a fare insinuazioni. Conclusione: nessuno si avventura più su terreni che non siano quelli dell’insegnamento e della sola relazione conoscitiva. E i ragazzi lo sanno: per questo la scuola, gli ambienti culturali, sociali, ricreativi sono diventati terreno neutro per ogni ingerenza formativa.
Se la vita educativa del giovane è appannaggio della propria famiglia, se ne dovrebbe dedurre che i propri familiari siano i veri educatori. Così non è. Partecipando a infiniti dibattiti nella scuola e fuori, l’insistenza è per l’agio-disagio dei giovani; per i loro linguaggi; per il loro incerto futuro.
La conclusione di queste riflessioni sfocia in uno "psicologismo” che privilegia le modalità e non la sostanza della vita.

Ogni ragazzo deve sapere che cosa è bene e male; quali sono i confini della trasgressione; che cosa la vita riserva. Che l’apprendimento è fatica; che i valori perseguiti premiano, che la trasgressione può portare alla marginalità. Sono gli adulti che non hanno più il coraggio delle cose: sono stati invischiati nell’adolescenza dei figli, e sono rimasti essi stessi adolescenti.
Il figlio che non studia è un somaro; quello che vuole denaro senza fatica rischia la truffa; chi sogna cose grandiose senza apprendere nulla sarà un fallito.
Certo che si può e si deve mediare; non oltre certi limiti, perché non basterà l’esercito a raddrizzare il futuro. Talmente evidente che alcuni ragazzi e ragazze, coetanei di quelli problematici, apprendono le lingue, vanno all’estero per i master; si dedicano al mondo della solidarietà. Sembrano di un altro pianeta, eppure frequentano la stessa scuola