All'on. Massimo D"Alema.
Caro Presidente, mi rivolgo a te, in quanto ti conosco come persona che crede alla politica, come scelta personale e come impostazione di pensiero, per esprimerti le ragioni di criticità rispetto alla formazione del nuovo PD.
Le motivazioni che hanno avviato il processo del nuovo partito mi sono sembrate generiche, curiali, tutte interne alla cerchia degli addetti, nonostante le affermazioni contrarie, tese a salvare la democraticità, la governabilità e lo sviluppo del paese. In parole esplicite che si cambi sistema, perché il sistema continui.
Mi sembrano tre i grandi nodi della criticità.
Il primo, la genericità dei contenuti: non si comprende "prima” della formazione del Pd quale dovrebbe essere la “nuova politica”. Si appella alle grandi tradizioni del cattolicesimo, del socialismo e del pensiero liberale, ma per l’oggi non si riesce a capire che cosa la sintesi produce.
Da qui l’insistenza sulle formule del governare che, sinceramente, appaiono stucchevoli e interessate.
L’agire politico dovrebbe progettare il futuro del paese: se i compromessi, le sfumature, la concordanza delle discordanze è infinita, il risultato è il nulla. Esempi infiniti di equilibrismo: Stato-mercato; laicità-religiosità; scienza-morale; sviluppo-ecosistemi; nord-sud … Rimane la domanda sulla sintesi.
Il secondo nodo riguarda la mancanza di idealità: altri la chiamerebbero mancanza etica dell’agire politico. E’ di comune esperienza il fenomeno dell’aggregazione politica per interessi, oggi diventata dilagante. Pletore di addetti, molti dei quali non proprio “aquile reali”, pronti a candidarsi, per passare all’incasso, in caso di vittoria. Troppe candidature verso il nuovo PD sono “novità che vengono dal passato”. Per non parlare di forti sistemi di interessi sempre pronti allo scambio. Sembra che l’asse dell’agire politico sia orientato a governare, dimenticando il proporre: il programma diventa una variabile dipendente del consenso. Così la politica muore. Conosciamo l’obiezione di chi dice che ogni politica tende al governo. Rispondiamo: a condizione che ci sia una proposta su cui orientarsi, altrimenti vale l’indicazione di salire sul carro del vincitore.
Infine il rapporto con la cosiddetta società civile. Conosco bene il tuo pensiero tutto orientato a vantaggio dei partiti (ricordo l’intervento a Gargonza nel marzo del 1997). Rimane la domanda di chi fa la saldatura tra il popolo e la sua classe dirigente, se essa vive oramai un habitat inquinato.
Non si tratta di buone o cattive qualità e/o volontà singole: è saltato il sistema. Solo grandi boccate di aria pura riusciranno a dare slancio e prospettive.
Da che parte cominciare? Da un programma che parli di un’Italia ricca (sic!), moderna e giusta. Il benessere è la prima attesa di ogni popolo, purché si eliminino sprechi, parassitismi, localismi. Per questo occorre molta giustizia: verso tutti e con tutti. Con persone disposte a donare oltre quanto ricevono.
Il rischio non è la non politica, come in questi giorni qualcuno adombra, ma il populismo che, con il consenso esasperato del popolo, prometterà di sistemare le cose.

Buon lavoro