Le vicende che riguardano Eluana, la ragazza in coma permanente, come la vicenda di Welby ieri, pongono problemi forti alle coscienze. Le tesi sembrano contrapposte: la prima, sostenuta dalla Chiesa cattolica, afferma che non bisogna interrompere la nutrizione necessaria alla sopravvivenza, la seconda ne chiede l'interruzione perché così ha voluto la ragazza, quando era sana, non volendo sopravvivere a una vita vegetativa. Da qui la discussione sulla opportunità del testamento biologico e in prospettiva sull'eutanasia.
Sembrano, all’apparenza tesi opposte, perché la prima insisterebbe per una vita, comunque vissuta, la seconda per
la scelta di una vita significativa.
In realtà le due tesi sono figlie della stessa madre: ambedue hanno come termine di paragone la vita. escludendo dal loro orizzonte la morte.
Figlie della cultura occidentale, le cui origini risalgono alla civiltà greco-romana, hanno una concezione del mondo nel quale l’unico riferimento è la vita, pur arrivando a conclusioni diverse.
Eppure l’esperienza comune suggerisce che la vita è contigua alla morte. Nell’orizzonte del creato il diritto a vivere confina con il diritto a morire.
In fondo la dimenticanza della morte nell’orizzonte del vivere, illude sull’onnipotenza umana, contro ogni dato reale: sia in termini di fede, che in termini di scienza. Di fede perché Dio è eterno e non lo è la vita umana; di scienza perché non è dimostrabile che in natura un organismo vivente possa sottrarsi allo spazio e al tempo.
L’approfondimento dei temi drammatici della malattia e della morte può essere ripreso a partire dall’esperienza del limite. Senza questo dato i rischi di una discussione virtuale, ma anche paranoica, sono alti.
Il diritto a vivere (la scienza, quale portatrice di conoscenza è preziosissima) comprende anche il diritto a morire. La volontà umana può intervenire su ambedue i diritti, senza però stravolgerli, perché i rischi sono da una parte l’affermazione di una vita comunque, dimenticando la morte, contrapposta a una vita efficiente che invocando la morte, in realtà la dimentica. La vita è contemporaneamente efficiente e precaria, giovane e vecchia, piena di salute e piena di malanni.
E’ doveroso, nell’evoluzione della cultura, metter mano al diritto a vivere e al diritto a morire: l’unica condizione è che i termini del limite (sia della vita, che della morte) non siano stravolti.
Si arriverebbe all’illusione di gestire ciò che non è gestibile: lo spazio e il tempo entro i cui termini ciascuno, per esistere, deve collocarsi.
E’ forse utile riscoprire l’accompagno alla morte che interpreta il confine della vita: solo così la si apprezza, perché coscienti che non è infinita.