La cronaca nera di questi giorni miscela una serie di istinti negativi in un mix esplosivo soprattutto nelle aree metropolitane.
Ciò che impressiona è che il sesso viene vissuto non soltanto come istinto, ma viene utilizzato come violenza, come vendetta, come disprezzo.
Bande di stranieri, ma anche "bravi ragazzi” italiani usano violenza alle donne per proprio piacere o come vendetta.
Si invocano misure restrittive sempre più alte, con l'illusione che il controllo sul territorio possa avvenire con “le forze dell"ordine”.
Analizzando i fenomeni, forse il quadro diventa più chiaro e forse è possibile una risposta.
L’ossessione sessista, alimentata non solo dalla pornografia, ma da un approccio pruriginoso che scaturisce da ogni comunicazione (internet, giornali, pubblicità, televisione) spinge a considerare l’istinto sessuale come gestibile alle proprie esigenze, senza badare a chi si ha di fronte. Non sono più le persone che si relazionano, ma sono “femmine e maschi” da ammirare per le loro vere o presunte prestazioni. La libertà invocata si è tradotta nel mercanteggio più sfrenato dove sembra esista un’offerta (di sesso) e una domanda (di sesso) non umana, ma animale.
Nell’immaturità delle persone, non solo per età, ma anche per condizione ciò diventa devastante. La preda diventa giustificata a prescindere da ogni considerazione. E’ vero che quando si compiono gesti violenti i persecutori invocano la non piena coscienza di sé (ubriachezza, sostanze stupefacenti, raptus), ma il non controllo di sé dimostra solo l’esplosione di un modo di pensare che stava nel profondo della coscienza.
A un problema serio che coinvolge la sicurezza delle città, si risponde invocando controlli più alti (illuminazione, forze dell’ordine) e pene più severe. A un problema dunque che implica la dimensione educativa si risponde affidando ad altri le risposte che mai saranno in grado di dare. Le forze dell’ordine non possono essere chiamate a controllare le coscienze. Spesso si dimentica, ad esempio, che la maggior parte delle violenze avvengono all’interno della famiglia: che possono fare le forze dell’ordine all’interno della famiglia?
Non bastando le forze dell’ordine si fa appello a più severità punitiva. Due obiezioni: la legge è il risultato del convivere sociale e non la premessa. La legge infatti è costruita sui costumi sociali: immaginate voi se ritornasse la censura o qualcosa di simile per frenare “voglie sessuali?”. Inoltre la severità delle pene agisce a valle del crimine commesso e non a monte. Chiedere che la paura della pena scoraggi i crimini è un’antica illusione. Un vecchio detto medioevale infatti ricorda che “il criminale, solo al momento della pena, si ricorda delle sue malefatte”.
Eppure qualcosa è possibile fare. A livello sociale e culturale insistere sulla dignità delle persone: sempre e comunque. Dignità significa stare al proprio posto e considerare l’altro una cosa sacra e inviolabile. Non possono esserci eccezioni e derive. Anche l’ultima ragazza prostituta è una creatura che va rispettata, con un rispetto che nasce prima del mercanteggio e a prescindere dalla sua condizione. Vale per ogni straniero come per ogni cittadino italiano; vale all’interno della famiglia e fuori di essa. Non esistono buoni e cattivi criminali. E’ criminale chi non rispetta la dignità dell’altro. Per questo va punito, ma prima ancora deve essere posto in condizione di non esserlo.
La politica è chiamata a disporre che le condizioni economiche, sociali e culturali di una città siano adeguate alla dignità di chi la abita. Invocare, di volta in volta, severità, tolleranza zero, giri di vite, forze dell’ordine sono solo falsità per nascondere l’incapacità a rendere vivibile (e per questo sicuro) il territorio che si amministra. Ancora più grave permettere che gruppi spontanei o manipolati agiscano in proprio, senza averne diritto e senza esserne capaci. Le reazioni del popolo sono altro segnale, preoccupante, della lontananza della politica, alla quale sola è affidato l’equilibrio della convivenza.

(Questo articolo è comparso come editoriale sul quotidiano Liberazione del 28 gennaio 2009)