Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa ha creato imbarazzo e dolore. Il Papa nella lettera ai cattolici irlandesi, scritta il 20 Marzo, parla di "sgomento” e di “tradimento” e si dichiara “scandalizzato e ferito”. Nonostante la forza delle sue parole, la percezione della gravità degli scandali, che in questi ultimi tempi sono affiorati, non si placa. Dopo gli episodi in USA, sono state coinvolte le Chiese d'Australia, di Germania, d"Austria e d’Olanda. Di qualche giorno fa la notizia delle dimissioni del
Vescovo di Bruges che ha confessato di aver abusato di un giovane quando era prete e di aver continuato quando era Vescovo. Alcuni Vescovi si sono dimessi e altri lo faranno o saranno invitati a farlo. Il Pontefice ha voluto incontrare, come atto di vicinanza e solidarietà, alcune vittime di abusi. La domanda che si pone, nella sua drammatica semplicità è: come è stato possibile? Occorre molta umiltà e “onestà” per capire che cosa è successo.

Un peccato coperto?
Nonostante la rigidità nota della dottrina della Chiesa a proposito di sessualità, di fronte alla vastità del fenomeno degli abusi (Mons. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, ha parlato di 3.000 situazioni esaminate negli anni 2001-2010, con la condanna nel 20% dei casi), non si è registrata nel tempo una fermissima presa di posizione e condanna del “delitto”. Spesso l’intervento si è limitato ad alcune monizioni e proibizioni, provvedendo al semplice spostamento dei sacerdoti o religiosi coinvolti.
Le radici profonde della deriva possono essere ricondotte a tre ragioni.
Non si tratta solo di regole infrante e quindi di peccato. Il perdurare dei fenomeni di abuso e la loro presunta impunità reggono sulla concezione dominante che non rispetta le persone più fragili: in questo caso i minori. E’ la mancanza della coscienza del rispetto del debole, riservando a sé, solo perché adulto, il diritto-dovere di stabilire le regole e le loro conseguenze. L’abuso è prima di tutto nel dominio; diventando perverso, sfocia nel sopruso sessuale. Ma il filone nel quale l’abuso sessuale si manifesta fonda la sua radice nella presunta superiorità dell’educatore. L’habitat che spiega la diffusione è nella violenza di persona contro persona. Si manifesta e diventa prepotente verso i più fragili. Le regole della disciplina sono spostate arbitrariamente in forme degeneranti, fino ad arrivare al delitto sessuale. In molti abusati, oggi adulti, l’offesa maggiore è il ricordo doloroso del non rispetto. Da qui la richiesta di giustizia.
Se l’educatore riveste la funzione “sacra”, la violenza diventa potere assoluto. Alla mancanza di coscienza del non rispetto si aggiunge la protervia di agire in nome di una superiorità, oltre la quale non esiste nulla di umano, perché il controllo si sposta in sfere (quella delle coscienze) che non hanno riscontri. Da qui le pulsioni spesso ossessive e continuative. Il limite entro il quale fermarsi è affidato al soggetto che lo infrange, diventando di fatto incontrollato.
Non si spiegherebbero diversamente le iterate forme abusive e il numero, spesso alto, di minori abusati. La sacralità dell’educante diventa copertura delle proprie pulsioni, senza ricevere né freno, né condanna.
Un terzo elemento di impunità è derivato dal formalismo imperante che approfitta delle funzioni positive in sé (l’educazione, la fiducia, la fragilità) con la loro manomissione. Esternamente tutto è rispettato, perché privatamente la violenza, diventata potere, garantisce silenzi e non imputabilità.

Perché così alta tolleranza?
Alcuni Vescovi sono stati costretti a dimettersi perché, nel loro ministero, non sono stati sufficientemente severi e giusti. Anche l’autorità superiore non ha concepito l’abuso sui minori come cosa gravissima. In parte si spiega con la mentalità di dominio che non permetteva di vedere la gravità del delitto. Gli stessi superiori, non hanno compreso (mancanza di coscienza) che si era di fronte a un delitto efferato, proprio perché rivolto a soggetti fragili, con l’aggravante della fiducia accordata agli educatori, spesso sotto minaccia della paura. Non a caso la lettera del Papa ai cattolici irlandesi parla, a proposito dei confratelli Vescovi, di “gravi errori di giudizio” con “mancanze di governo”. In quel gravi errori di giudizio si vuole indicare una seria mancanza di coscienza, tale da permettere il giusto governo delle comunità dei cristiani affidate.
Inoltre la tutela del buon nome della Chiesa, la paura dello scandalo, hanno prevalso sopra ogni altro motivo di condanna e di allontanamento dei sacerdoti e dei religiosi compromessi.
Si pone, a questo punto, la grave questione del rapporto che deve esistere tra verità e buon nome. La storia degli abusi sui minori ha dimostrato che ha prevalso la tutela del buon nome a scapito della verità e quindi della giustizia. Con parole crude ha prevalso la tutela degli offensori a svantaggio degli offesi. Forse molte delle reazioni violente nei confronti della Chiesa hanno origine proprio dall’offesa della verità verso una istituzione, che fa della verità la sua stessa coerenza.
Lo scandalo degli abusi sessuali non è - come qualcuno suggerisce – solo ed esclusivamente il frutto di menti malate e perverse (cosa vera). E’ qualcosa di più e di più grave. Mette definitivamente in crisi uno schema “antropologico” di persone dominanti che si permettono la libertà di offendere coloro che ritengono inferiori, con l’aggravante dell’impunità.
Da questo punto di vista la riflessione deve poter andare in profondità. Se possono esistere sacerdoti e religiosi che deviano in modo aberrante, l’intera vicenda della pedofilia in ambito religioso ha mostrato che essi hanno potuto compiere tanto male perché il clima di dominio era comunque talmente diffuso da indurre e far sperare all’occultamento dei delitti. Nemmeno la paura dello scandalo ha fermato i sacerdoti e religiosi coinvolti. Evidentemente conoscevano bene il clima di tolleranza che li avrebbe protetti.

Il non ritorno
Decisamente il Sommo Pontefice attuale ha posto la parola fine al clima di silenzio e di omertà su questi crimini. Già dal 18 Maggio 2001 la Congregazione della Dottrina della Fede, di cui era allora Prefetto il card. Ratzinger, aveva riservato a sé i cosiddetti “delitti più gravi”: un intervento centrale che andasse a incidere profondamente sul fenomeno deviante. Nonostante questa decisione, le numerose cause civili e penali intentate vorrebbero dimostrare la collusione nel clima di omertà riscontrato tra alcune Diocesi, la Santa Sede e il Papa in persona. Le prese di posizione del Papa, le dimissioni di alcuni Vescovi, gli interventi sulla Chiesa degli Usa e in Irlanda mostrano che si è giunti al punto di non ritorno. La Chiesa vuole fare chiarezza: lo fa con dolore e vergogna. Ma non c’è altra strada, se non quella di dire la verità tutta e se i comportamenti sono stati aberranti la richiesta di perdono a Dio e alle vittime è l’unica strada da percorrere.
E’ molto pericoloso nascondersi dietro “la persecuzione dei nemici della Chiesa” per non affrontare il dramma trascorso, con la certezza di non permettere per il futuro ciò che è avvenuto. Ciò non significa affatto negare che dietro la richiesta di giustizia possano nascondersi speculazioni che portano come conseguenza sentimenti di cupidigia e di ostilità.

Da vicende così vergognose e dolorose, la Chiesa tutta può trarre grandi insegnamenti. Il primo è che uno spirito evangelico non può permettersi posizioni di dominio nei confronti di nessuno: né per censo, né per età, né per genere. Il potere è nemico del rispetto e della fratellanza. L’umiltà suggerita dalle beatitudini impedisce ogni forma di sopruso. Soli di fronte a Dio, non è possibile nascondere la propria pochezza, da cui il rispetto di ogni vivente. E’ l’atteggiamento coerente della creatura che crede in Dio e dal quale trae vita e virtù. I poteri espressi portano sempre conseguenze devastanti. L’abuso dei minori è una prova gravissima del peccato di potere. Prima che offendere il sesto comandamento è stato offeso il primo e supremo dei comandamenti: non avrai altro Dio fuori di me.
Il secondo insegnamento riguarda il rispetto della verità. Essa va perseguita. Nascondersi dietro paure e ulteriori vergogne produce mali peggiori. La verità non va mai negata, perché è la fonte di ogni rapporto corretto con Dio e con tutte le creature.
Se dietro la verità negata i nemici della Chiesa si approfitteranno, non deve essere scelta la strada facile della negazione del male. Sarebbe un’incongruenza e la continuazione della negazione della verità. La verità si afferma con la virtù e non con la riduzione del male commesso.
Il terzo insegnamento è la grande penitenza. Fare penitenza significa riconoscere il male commesso e, in qualche modo, ripararlo, affidandosi al perdono di Dio e delle vittime, ma pagando gli effetti negativi conseguenti. Al clima di penitenza è chiamata tutta la Chiesa: come per le grazie ricevute tutti i membri della Chiesa ne gioiscono, per il male commesso tutta la Chiesa ne soffre. Quest’anno è stato indetto l’anno sacerdotale, con l’attenzione al Santo Curato d’Ars. La sua figura ha illuminato molti presbiteri e dal piccolo villaggio molti di essi hanno tratto forza e futuro. Quegli stessi presbiteri debbono trarre coraggio per portare su di loro il male commesso da alcuni confratelli.

Un’ultima considerazione a proposito delle comunicazioni da parte della Chiesa agli scandali che, giorno dopo giorno, vengono denunciati. L’incertezza delle prime ore, le mezze ammissioni, le divagazioni non servono. In un mondo in cui la comunicazione avviene in tempo reale e a livello globale, è indispensabile la coerenza e la chiarezza, per ciò che riguarda il presente e anche il passato. Il male commesso ai minori, per la cultura moderna, è insopportabile. E’ indispensabile che la cultura cattolica ne sia cosciente. Alcune considerazioni, pure possibili, in ambiti e in tempi più tranquilli, in questi momenti non sono adeguate. La cultura moderna esige una confessione piena del male commesso; ciò non significa affatto avallare ogni notizia e falsità. E’ doveroso però dire chiaramente. Gli abusi sono avvenuti; sono stati diffusi e colpevolmente coperti. Per il passato non possiamo che vergognarci e chiedere persono. Per il futuro ci impegniamo a che non avvengano più.

Articolo pubblicato su “Settimana” (Edizioni Dehoniane) n. 17, 2 maggio 2010, p. 5.